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Si può davvero cambiare? La plasticità del cervello


Cosa accomuna un uomo che cammina sui carboni ardenti, un giocoliere che riesce a maneggiare 7 palline contemporaneamente e un uomo che riesce a restare immobile, con gli occhi chiusi, per ore? E soprattutto, cosa c'entrano questi ultimi con il cambiamento? Bisogna fare un passo indietro per capirlo e ripercorrere lo sviluppo filogenetico dell'uomo, che, nel corso della sua evoluzione, lo ha reso così com'è: aperto al cambiamento.
 
Facciamo un tuffo nel passato, un passato molto remoto in cui si sviluppavano le prime semplici forme di vita. Queste avevano una comune caratteristica: avevano un ammasso di cellule nervose già sviluppate al momento della nascita e che restavano tali nel corso di tutta la loro esistenza. Queste cellule nervose, che per via della loro semplicità non possiamo ancora chiamare cervello, permettevano di assolvere funzioni vitali come la respirazione, il procacciamento del cibo o l'accoppiamento. I circuiti neurali, già dati al momento della nascita, gestivano delle reazioni istintuali (cioè delle reazioni sempre fisse, rigide, non modificabile attraverso gli apprendimenti). E' per questo motivo che uno spinarello che vorrà accoppiarsi esibirà sempre lo stesso comportamento e avrà sempre le medesime alterazioni fisiologiche: il ventre diventerà rosso, gli occhi blu e scaverà un nido a forma di imbuto. Nulla potrà indurlo ad accoppiarsi in maniera diversa, nasce già con un circuito neurale che lo vincola a questo pattern di comportamento, che si ripete sempre uguale a se stesso. Sempre rimanendo nell'ambito delle forme di vita acquatiche, un altro esempio di comportamento gestito da circuiti esclusivamente innati e già dati alla nascita, è costituito dai pesci che si muovono in maniera sincrona formando dei banchi compatti. Nessuno glielo ha mai insegnato, è scritto nel loro Dna. Un tale comportamento permette ai pesci di disorientare eventuali predatori quando, in presenza del pericolo, si aprono a ventaglio per poi disperdersi in varie direzioni, inoltre questa strategia li rende meno individuabili singolarmente. Se per via di un danno alle cellule nervose uno di questi pesci dovesse perdere questa capacità non ci sarà speranza che possa riacquisirla tramite apprendimento. La presenza di pattern di comportamenti istintuali innati non è la conseguenza di un’intercessione divina, ma il risultato della selezione naturale. Se, come si è detto, i pesci che riescono a muoversi in banchi hanno più probabilità di sopravvivere, di conseguenza avranno più probabilità di tramandare i loro geni, quei geni all’interno dei quali vi è inscritta questa straordinaria abilità, che viene “naturalmente selezionata”.
Questi comportamenti istintuali, inscritti nei geni e impressi nelle cellule cerebrali, sono estremamente efficienti, in quanto, seppure in assenza di apprendimento e quindi in assenza di impegno, permettono alla creatura di sopravvivere nella propria nicchia ecologica in maniera efficace. L'ambiente acquatico è una nicchia più stabile di quella terrestre, meno esposto a cambiamenti, meno variabile, cosicché i pesci sono rimasti al loro stadio evolutivo per lungo tempo e, tutto sommato, senza incontrare difficoltà. Anche con un ammasso di neuroni organizzato in maniera molto semplice riescono a sopravvivere.
Diverso è il caso di alcune specie animali che si sono sviluppate ed evolute sulla terra ferma, incontrando, vicissitudini molto diversificate. Alcune di queste specie hanno raggiunto un livello evolutivo leggermente superiore ai pesci, sviluppando la capacità di apprendere, nonostante buona parte dei loro circuiti neurali sia già dato al momento della nascita. E' il caso degli uccelli che imparano a cantare e ... imparano lo stesso "dialetto" dei genitori. A noi il canto degli uccelli appare sempre uguale, ma non è così, ci sono dei canti che sono specie - specifici e, nell'ambito della stessa specie, ci sono delle differenze da zona a zona, come accade per la nostra lingua. Un uccello, alla nascita, ascolterà il canto dei propri genitori e lo acquisirà, fissando nei propri circuiti neurali una prima, neanche tanto rudimentale, forma di apprendimento relativa al canto. Ogni uccello canta il "dialetto" dei genitori e questo gli permette di accoppiarsi, successivamente, con uccelli che apprezzeranno il suo "dialetto", cioè con quegli uccelli che vivono nella sua stessa regione. Questo meccanismo gli permette di essere maggiormente adattabile. Immaginiamo che, per un motivo qualsiasi, un uovo di uccello dovesse essere deposto in un nido sbagliato. Il nascituro apprenderà il canto degli uccelli di quella nicchia e non rischierà di essere tagliato fuori dalla "società" (sì, perché un uccello che non sa cantare o il cui canto è “stonato” rispetto a una determinata specie, ha meno probabilità di accoppiarsi, di conquistare un partner, di allontanare un nemico... di sopravvivere).
Nel regno animale sono state sviluppate delle abilità sopraffini che gli permettono di sopravvivere nella propria nicchia evolutiva in maniera eccezionale: un serpente è in grado di vedere nel buio e percepire il calore della vittima, gli uccelli migratori sono in grado di spostarsi percependo il campo magnetico della terra, un cammello beve fino a 60 litri di acqua. Di fronte a queste capacità siamo portati a chiederci: ma gli esseri umani, invece, cosa hanno di speciale? Non hanno nessuna abilità che li contraddistingue e, per di più, quando nascono hanno bisogno di anni prima di essere autosufficienti, mentre un piccolo vitellino impara a tenersi sulle zampe dopo poche ore. Ma pensiamo al serpente, così efficiente quando vive sotto il sole e così inerme in un ambiente freddo, oppure un uccello, che se per un "difetto di funzionamento" non sapesse più dove emigrare sarebbe destinato a morire. L'uomo, invece, non nasce con abilità eccezionali, nulla è già dato alla nascita, eppure si adatta bene a diversi ambienti ed ha occupato tutte le zone della terra. Ebbene: è questa la formidabile caratteristica degli esseri umani, la loro flessibilità al cambiamento. Essere flessibili al cambiamento presuppone la capacità di generare apprendimenti e di rimetterli in discussione per generarne di nuovi. Nel corso della sua storia evolutiva l'uomo ha incontrato molteplici difficoltà e non possedeva una stazza eccezionale né una grande forza per riuscire a dominare i pericoli. Inoltre, quando si è sviluppato, in tempi relativamente recenti, non poteva competere con le abilità eccezionali che gli altri animali avevano già sviluppato nel corso di centinaia di migliaia di anni e che gli permettevano di adattarsi con successo nella propria nicchia ecologica. Esisteva un solo modo per competere: apprendere di continuo, riuscire a cambiare habitat all’occorrenza ed essere in grado di ingegnarsi per porre rimedio ai pericoli che si presentavano giorno per giorno. Questa capacità permette all'uomo di adattarsi al freddo, ma anche al caldo, di proteggersi contro i grossi animali, ma anche nei confronti delle più piccole forme di vita (virus e batteri ad esempio). E’ un’abilità straordinaria perché ne consente la sopravvivenza anche al mutare delle condizioni di vita. Se le temperature si abbassassero di qualche decina di gradi centigradi per molti animali non ci sarebbe scampo, per l’uomo non sarebbe un problema, sarebbe in grado di selezionare semi da coltivare in ambienti freddi o creare artificialmente ambienti caldi per le coltivazioni indoor. Esisteva un solo modo per permettere all’uomo di sviluppare l’ingegno: dotarlo di un cervello in grado di apprendere, ripetutamente. Un tale cervello doveva essere abbastanza grande, ma non troppo grande da impedire che la testa di un bambino non passasse attraverso il canale cervicale. Erano necessarie due caratteristiche: il cervello doveva avere potenzialità, ma doveva essere ancora abbastanza immaturo alla nascita e continuare solo in un secondo momento il suo sviluppo; le ossa del cranio non dovevano essere ancora suturate alla nascita, in modo da rendere la testa adattabile al piccolo canale uterino (nel punto in cui le diverse ossa del cranio si incontrano, prima ancora di saldarsi, c’è una fossetta molle, la cosiddetta “fontanella”). Un cervello immaturo presenta lo svantaggio di essere motivo di debolezza alla nascita, ma il vantaggio di poter assorbire informazioni dall’ambiente circostante. Fin dai primi anni il bambino apprende, ma cosa significa apprendere dal punto di vista cerebrale? Una cosa semplice quanto complessa: creare delle connessioni tra neuroni. Il cervello è un ammasso di miliardi di cellule che sono collegate tra loro attraverso sinapsi, quest’ultime si creano durante gli apprendimenti e saldano migliaia di neuroni tra loro. Se un bambino cerca di arrampicarsi sul letto senza riuscirci e ci prova ripetutamente fino al successo avrà appreso qualcosa di importante: la perseveranza permette di raggiungere gli obiettivi. Questo dato avrà creato una piccola traccia nel cervello, avrà creato delle connessioni tra neuroni. E’ una piccola traccia, un piccolo percorso che si è appena creato tra diverse cellule cerebrali. Quando, successivamente, userà quell’apprendimento per perseverare e raggiungere altri obiettivi, quella piccola stradina tra le cellule diventerà una strada e successivamente un’autostrada: un circuito saldo e stabile. Per la stessa ragione un bambino che piange e che vede riapparire la madre avrà appreso di essere capace di porre rimedio alle situazioni dolorose, nasce così la fiducia e la competenza nel fronteggiare i problemi. Un bambino che delega i genitori tutte le volte che incontra difficoltà apprenderà che non in grado di raggiungere i propri traguardi, ma che avrà bisogno di altre persone, sviluppando dipendenza.
Ma questi apprendimenti sono immutabili? Gli studi più recenti nell’ambito della neuroscienza hanno dimostrato che il cervello è straordinariamente plastico e può mettere in discussione vecchi apprendimenti per crearne di nuovi. Quando questi vengono messi in discussione? Quando le vecchie strategie, i vecchi schemi, si rivelano non più adatti: se la vecchia strategie del vittimismo non riesce più ad attirare l’attenzione una persona che ne avrà fatto il proprio cavallo di battaglia dovrà ingegnarsi per cambiare strategia. E’ questa, come si è detto, la straordinaria capacità dell’uomo: adattarsi al cambiamento. Eppure non sempre le persone cambiano volentieri, è necessaria una grande scossa e talvolta una grande sofferenza prima di innescare il cambiamento, perché, per esigenze di risparmio cognitivo, è conveniente crogiolarsi negli stessi schemi senza cambiare nulla di sé. E’ per questa ragione che sentire le proprie emozioni negative, la disperazione, la rabbia, la depressione, talvolta è un’ottima strategia per innescare il cambiamento.
Ritorniamo all’inizio di questo articolo: cosa accomuna un uomo che cammina sui carboni ardenti, un giocoliere che riesce a maneggiare 7 palline contemporaneamente e un uomo che riesce a restare immobile, con gli occhi chiusi, per ore e cosa c’entrano con il cambiamento? Sono abilità eccezionali che l’uomo riesce a generare attraverso il continuo esercizio, creando nuove strutture cerebrali, sempre più complesse. Un uomo non nasce con l’abilità di camminare sui carboni ardenti, ma può svilupparla attraverso la strategia e il continuo esercizio. La flessibilità e l’apertura al cambiamento sono le uniche abilità inscritte nel Dna dell’uomo. Siamo in grado di cambiare, di mettere in discussione i vecchi schemi e di crearne di nuovi, servono l’impegno e il continuo esercizio. Ora sai che è possibile cambiare, modificare il proprio cervello fino ad acquisire abilità eccezionali, puoi decidere se c’è qualcosa di te che vuoi modificare, oppure sfruttare queste conoscenze per imparare a cantare come un uccellino!
 
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